Con sadica gioia e nazionale fierezza, non vedo l’ora che fra qualche giorno si apra il periodo elettorale. Si può persino affermare che lo sia già, che lo è sempre stato e che, visti i nostri costumi parlamentari e i nostri gusti politici, che sono quelli di disprezzarci gli uni con gli altri, questo non modificherà nulla delle nostre abitudini e dei nostri piaceri. Ma ciò che è impossibile prevedere è la sua fine, e se mai avrà una fine.
Dio non voglia!
Non si potrà più fare un passo per strada senza essere sollecitati, adescati, entusiasmati da forti e diverse distrazioni, in cui il piacere degli occhi si mescolerà alle gioie dello spirito, senza veder stagliarsi l’infinita idiozia, l’infinita stoltezza della politica sui muri, sui tronchi d’albero, sui pali indicatori. Ogni casa sarà trasformata in sezione; in ogni pubblica piazza ci saranno raduni urlanti; dall’alto di ogni pulpito, bizzarri personaggi vomitati da chissà quali misteriose casseforti, strappati all’appiccicosa oscurità di chissà quale caverna giornalistica, gesticoleranno, sbraiteranno, abbaieranno e, con gli occhi iniettati di sangue, la bocca schiumante, ci prometteranno la felicità. Da Aosta a Lecce, da Bolzano a Ragusa, per renderci felici tutti si accuseranno di furto, di truffa, di assassinio; si rinfacceranno a vicenda l’incesto, lo spionaggio, il tradimento, l’adulterio; sbandiereranno conti bancari, bilanci di partito, lenzuola da letto. L’Italia intera diventerà un’immensa latrina in cui ignobili ventri riverseranno pubblicamente il flusso pestilenziale delle loro deiezioni. Si camminerà nella spazzatura, immersi fino al collo. E ci rallegreremo di questa posizione. Sì! Che popolo meraviglioso siamo!
Se c’è una cosa che mi meraviglia prodigiosamente è che alle soglie del terzo millennio, dopo essere passati attraverso innumerevoli esperienze, dopo aver assistito a scandali quotidiani, possa ancora esistere nel nostro Bel Paese un elettore, un solo elettore, questo animale irrazionale, inorganico, allucinante, che consenta di distogliersi dalle sue faccende, dai suoi sogni, dai suoi piaceri, per votare in favore di qualcuno o qualcosa. Se ci riflettiamo un solo istante, questo sorprendente fenomeno non è fatto per sconcertare le più sottili filosofie e confondere la ragione? Dov’è il pensatore che ci darà la fisiologia dell’elettore moderno? Dov’è lo scienziato che ci spiegherà l’anatomia e la mentalità di questo incurabile demente?
Li aspettiamo.
Io capisco che un truffatore trovi sempre degli azionisti, la Chiesa dei fedeli, la censura dei difensori, la televisione degli spettatori; capisco che un semianalfabeta si ostini a cercar rime; capisco tutto. Ma che un Deputato, o un Senatore, uno qualsiasi di quegli strani buffoni che reclamano di possedere una qualsivoglia funzione elettiva, trovi un elettore, ossia l’essere inimmaginabile, il martire improbabile che lo nutra col suo pane, lo vesta con la sua lana, lo ingrassi con la sua carne, lo arricchisca col suo denaro, con la sola prospettiva di avere in cambio di queste prodigalità delle randellate sulla nuca, dei calci nel deretano, quando non delle fucilate nel petto — in verità, ciò supera la visione già molto pessimista che m’ero fatto sin qui della stoltezza umana.
Ben inteso, sto parlando dell’elettore accorto, convinto, dell’elettore teorico, di colui che pensa — povero diavolo! — di compiere un atto da libero cittadino, di ostentare la sua sovranità, di esprimere le sue opinioni, di imporre (o ammirevole e sconcertante follia!) dei programmi politici e delle rivendicazioni sociali. Non parlo certo dell’elettore che «se ne intende» e che se ne fa beffe, di chi nei «risultati della sua onnipotenza» vede solo una indigestione nella pizzicheria reazionaria, o una baldoria al vino progressista. È nel vero, perché solo questo gli interessa e se ne frega del resto. Sa quello che fa. Ma gli altri?
Ah! Sì, gli altri! I seri, austeri, i popolo sovrano, quelli che si sentono invadere dall’ebbrezza quando si guardano e si dicono: «io sono elettore! Niente si può fare senza di me. Io sono la base della società moderna. Grazie alla mia volontà, Tizio fa leggi a cui sono sottoposti milioni di esseri umani, e Caio pure, e Sempronio anche». Come possono ancora esistere simili campioni? Per quanto testardi, orgogliosi, paradossali, com’è possibile che dopo tutto questo tempo non siano ancora scoraggiati e vergognosi delle loro attività? Com’è possibile che da qualche parte — persino nelle lande più desolate della Padania, o nelle più inaccessibili caverne dell’Aspromonte — si incontri un brav’uomo così stupido, così irragionevole, così cieco a quanto si vede, così sordo a quel che si dice, da poter votare verde, bianco o rosso, senza essere costretto da qualcuno, senza essere pagato per farlo?
A quale strano sentimento, a quale misteriosa suggestione può obbedire questo bipede pensante, dotato di una volontà (perlomeno presunta) e che, fiero del suo diritto, sicuro di aver adempiuto a un dovere, se ne va a deporre una scheda in una qualunque urna elettorale? Dentro di sé, deve pur dirsi qualcosa che giustifichi o che almeno spieghi il suo atto stravagante. Che cosa spera? Perché infine, per acconsentire a donarsi a padroni avidi che lo derubano e lo accoppano, è necessario che egli si dica e che speri in qualcosa di straordinario che noi non supponiamo. È necessario che, grazie a potenti deviazioni cerebrali, le idee del deputato corrispondano per lui a idee di scienza, di giustizia, di lavoro e di probità. È necessario che egli scopra una magia speciale nei soli nomi di Veltroni e Berlusconi, non meno che in quelli di Rutelli e Fini, e che attraverso un miraggio veda fiorire e schiudere in Casini e Bertinotti delle promesse di futura felicità e di sollievo immediato.
E questo è veramente spaventoso. Niente gli funge da lezione, né le commedie più burlesche, né le tragedie più sinistre.
Ebbene, nel corso dei secoli in cui il mondo dura, in cui le società si svolgono e si succedono, simili le une alle altre, un fatto unico domina tutte le storie: la protezione per i grandi, l’oppressione per i piccoli. Non riesce a capire che ha una sola storica ragione d’essere: pagare per un mucchio di cose di cui non godrà mai e morire per combinazioni politiche che non lo riguardano
affatto.
Che gli importa se è Tizio o Caio a pretendere denaro e prendergli la vita, dal momento che è obbligato comunque a privarsi dell’uno e a dare l’altra? Ebbene no! Tra i suoi ladri e i suoi carnefici, ha delle preferenze e vota per i più rapaci e i più feroci. Egli ha votato ieri, voterà domani, voterà sempre. Le pecore vanno al mattatoio. Non dicono niente, loro, e non sperano niente. Ma per lo meno non votano per il macellaio che le ucciderà, né per il padrone che se le mangerà. Più bestia delle bestie, più pecora delle pecore, l’elettore elegge il suo boia e sceglie il suo padrone. Ha fatto delle Rivoluzioni per conquistare questo diritto.
O buon elettore, indescrivibile imbecille, povero diavolo, se invece di lasciarti prendere dagli assurdi ritornelli che ogni mattina ti spacciano per due soldi giornali grandi e piccoli, azzurri o neri, bianchi o rossi, e che sono pagati per avere la tua pelle; se invece di credere alle chimeriche adulazioni con cui si accarezza la tua vanità, con cui si circonda la tua penosa sovranità inginocchiata; se invece di fermarti, eterno curioso, davanti alle pesanti frodi dei programmi; se leggessi di tanto in tanto Nietzsche e Max Stirner, due filosofi che la sapevano lunga sui tuoi padroni e su di te, forse impareresti qualcosa di sorprendente e utile. Forse, dopo averli letti, avresti meno fretta di indossare la tua aria greve e il tuo bel cappotto per correre poi alle urne omicide dove, qualsiasi nome metterai, indicherai il nome del tuo più mortale nemico. Da veri conoscitori dell’umanità, essi ti diranno che la politica è un’abominevole menzogna, dove tutto è il contrario del buon gusto, della bellezza e dell’etica.
Se vuoi, sogna pure paradisi di luci e di profumi, di fratellanze impossibili, di felicità irreali. È bello sognare, attenua la sofferenza. Ma non mescolare mai l’uomo al tuo sogno, perché dove c’è l’uomo, là ci sono il dolore, l’odio e l’omicidio. Ricordati soprattutto che l’uomo che sollecita i tuoi suffragi è di per sé un disonesto, perché in cambio della situazione e della fortuna verso cui lo spingi, ti promette un mucchio di cose meravigliose che non ti darà e che del resto non ha il potere di darti. L’uomo che eleggi non rappresenta né la tua miseria, né le tue aspirazioni, né qualcosa di te; rappresenta solo i suoi interessi, che sono opposti ai tuoi. Per confortarti e rinvigorire dalle speranze che saranno presto deluse, non pensare che il penoso spettacolo a cui assisti oggi sia caratteristico di un’epoca o di un regime, e che passerà. Tutte le epoche si equivalgono, e anche tutti i regimi, cioè non valgono niente. Quindi torna a casa, brav’uomo, e fai lo sciopero elettorale. Non hai nulla da perderci, te lo assicuro; e ti potrai divertire per un po’. Sulla soglia di casa, sbarrata ai postulanti dell’elemosina politica, guarderai sfilare la bagarre.
E seppur in un angolo sconosciuto esistesse un onest’uomo capace di governarti e di accudirti, non rimpiangerlo. Sarebbe troppo geloso della sua dignità per mescolarsi alla lotta fangosa dei partiti, troppo fiero per ricevere da te un mandato che accordi solo al cinismo, al malaffare e alla menzogna. Te l’ho detto, brav’uomo, tornatene a casa a scioperare.
Insurrezione contro lo Stato?
Fra tante fesserie che si sentono in campagna elettorale, capita talvolta che ai politici sfuggano anche parole sensate. È successo a due figuri insospettabili in materia di intelligenza, che ci avevano abituati alle peggiori idiozie. Silvio Berlusconi ha dichiarato che lo Stato è criminogeno e che con la sua politica spesso produce una rivolta più che giustificata. Il suo sodale Umberto Bossi ha paventato la possibilità di imbracciare fucili contro l’inganno elettorale. Vero è che il primo si riferiva ai colleghi imprenditori costretti all’evasione fiscale per proteggere i propri profitti, mentre il secondo intendeva protestare contro la poca chiarezza della scheda elettorale. Tuttavia queste loro affermazioni sono ricche di prospettive affascinanti.
Qualsiasi colore avrà il prossimo governo, non bisogna dimenticare le due lezioni che si possono ricavare dalle loro esternazioni. La prima è che chiunque si senta sfruttato ed oppresso dallo Stato fa bene a ribellarsi. La seconda è che questa rivolta può arrivare anche a ricorrere alla violenza, ad imbracciare le armi.
Sono proprio loro a dirlo. Insurrezione contro lo Stato? Si può fare.
Qualsiasi colore avrà il prossimo governo, non bisogna dimenticare le due lezioni che si possono ricavare dalle loro esternazioni. La prima è che chiunque si senta sfruttato ed oppresso dallo Stato fa bene a ribellarsi. La seconda è che questa rivolta può arrivare anche a ricorrere alla violenza, ad imbracciare le armi.
Sono proprio loro a dirlo. Insurrezione contro lo Stato? Si può fare.
Patto di mutua aberrazione
È quello proposto da Walter Veltroni al suo principale rivale. Sbarazzatosi della sedicente “sinistra radicale”, il cui scodinzolare alla ragion di Stato è talvolta rallentato dagli ultimi e sporadici rimasugli di coscienza, l’ex sindaco di Roma è stato costretto a cercare voti a destra. Per questo sta facendo di tutto per conquistare i favori dell’elettorato più reazionario. Dopo aver candidato industriali sfruttatori e generali massacratori, dopo aver assicurato più carceri e repressione, dopo aver promesso l’Alta Velocità in Val Susa e la base USA a Vicenza, a Veltroni non è parso vero di approfittare dell’ultima smargiassata leghista per fare l’apologia della Costituzione, dell’unità d’Italia, della non-violenza, dello straccio tricolore e dell’insulso inno nazionale. Lasciando perdere la non-violenza — la cui esaltazione in bocca agli uomini di Stato, cioè di chi detiene il monopolio della violenza, assume un sapore di ipocrisia interessata tutto particolare — per il resto sono i valori più tipicamente reazionari ad essere esaltati. Il leader del centro-sinistra intende dimostrare di essere più a destra del leader del centro-destra.
Non sappiamo se ci riuscirà, ma lo sforzo merita di passare alla memoria.
Non sappiamo se ci riuscirà, ma lo sforzo merita di passare alla memoria.
Riceviamo e pubblichiamo
Una volta, fuori dai cinema o dai teatri, le "ragazzine" aspettavano il loro fan. In questi giorni tra marzo e aprile, l'oggetto dell'amore è diventato oggetto del rifiuto: si, quel sostantivo che si presta a più significati, è invero enormemente debordante , diventa quell'animale da palcoscenico che è Giuliano Ferrara. Non c'è stata città grande o piccola dell'Italia, dove a lui non siano state riservate "pesanti" attenzioni con oggetti e parole. A Roma ha concluso la sua piazzata della vita che non prevede aborti o pillole del giorno dopo, ma solo film a lieto fine, come Juno, quello gentilmente offerto dalla Premiata Pro Life, che forse qualche aderenza nelle segrete stanze del Vaticano ce l'ha e forse anche della Politica, quella con la p maiuscola che diventa non solo europea ma internazionale...
Torino, Verona, Padova, Firenze, Magenta, Milano, Ancona, Pesaro, Bologna, Palermo sono alcune delle città dove, se Ferrara si richiama all'identità cristiana, le donne nelle piazze si richiamano all'identità delle donne, quella che loro stesse definiscono.
In un primo momento, come a Torino, in piazza è stato da solo e con le donne *sommosse* contestatrici, via via si è trovato a scappare da uscite secondarie, data la minacciosa aria di contestazione che volava all'altezza della sua pancia e qualcosa più su.
In questi ultimi giorni alcune donne hanno anche deciso di denunciare Giuliano Ferrara per calunnia e molestie, in quanto la legge italiana non reputa l'aborto un omicidio (nemmeno prima dell'entrata in vigore della legge 194), quindi accusare le donne che hanno abortito o stanno per farlo di essere delle "assassine" è una vera e propria calunnia che non ha fondamento giuridico: questo sostiene ad esempio Sami Behare, dal suo studio legale di Milano.
Leggo pure che sulle porte dei presidi ospedalieri dove si praticano aborti, il signor Ferrara chiede, provocatoriamente come suo solito, che sia scritto «abort macht frei» che richiama ovviamente la tragica scritta «arbeit macht frei», laddove abort in tedesco , tradotto, vuol dire latrina.
Ma veniamo a Roma, luogo dove il direttore del Foglio, per il momento aspirante ministro della sanità, ha concluso l'affaticante Spettacolo in un cinema di un quartiere storicamente "perbene", l'Holiday , che starebbe a dire vacanza, ma tale non è stata questa ultima passeggiata.
L' abbiamo aspettato con dei grandi volantoni di espulsione, che sulla falsariga, assai verosimile nei caratteri e nel testo, decretano che il cittadino in questione è immediatamente espulso , con esilio nello stato Vaticano e non ci sono ricorsi che possono essere presentati, alle ministre streghe streghette e fate madrine. Così conclude.
Ancora una volta, è strisciato per vie secondarie: credo di aver visto entrare, almeno dalla porta principale, non più di 20 spettatori, età media 70 anni, una in su con gli anni e tailleur, ha continuato a fare le corna, parandosi con gli scudi dei poliziotti prima di entrare, poi ho visto arrivare due disabili gravi, accompagnati e una manciata di giovani virgulti della Roma capitolina. La signora Olimpia Tarzia, seconda alla Camera nel Lazio e Capolista in Puglia per la lista “Aborto? No, grazie”, è stata alcuni istanti sulla porta, ma l'ho riconosciuta solo io, preoccupata per gli onori di casa, lei che Vicepresidente del Movimento per la vita romano, ha promosso e diretto corsi di formazione nazionali e locali sull’educazione all’accoglienza alla vita e all’amore in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana. La presenza della polizia, in assetto antisommossa, ha protetto con una proporzione di dieci addetti l'ingresso di un'ospite. Neanche una dozzina , le uova che sicuramente erano marce. Canzoni, urla, discorsi, imprecazioni, slogan nuovi e vecchi, si sono alternati per due ore di chiasso e denunce senza sosta. La Milizia Christi ci ha lanciato per mano di un'esaltato signore di mezza età, una chilata di pieghevoli gialli, dove il rosso del sangue dei feti, richiamava i colori della Roma, ma la provocazione non ha dato i risultati sperati.
C'erano donne e uomini residenti a Roma, molte erano migranti, tantissime sono state le presenze direi quasi totalmente organizzate dal comitato femminile di Action, organizzazione da sempre impegnata nella lotta per il diritto all'abitazione che ha anche recentemente portato avanti con successo la prima occupazione delle donne per le donne.
Me la raccontava in tram la mia compagna di viaggio al ritorno, si chiama Fatma, quattro figli e dieci nipoti, fatti studiare da lei e dal marito. Fatma è di Casablanca, mia coetanea, da ventiquattro anni a Roma, città che lei mi dice di non riconoscere più, porta il velo e ha una pelle radiosa, questo le ho detto e lei mi ha sorriso e invitata a tornare, ci siamo salutate con un abbraccio. Fatma non vota, come me.
Torino, Verona, Padova, Firenze, Magenta, Milano, Ancona, Pesaro, Bologna, Palermo sono alcune delle città dove, se Ferrara si richiama all'identità cristiana, le donne nelle piazze si richiamano all'identità delle donne, quella che loro stesse definiscono.
In un primo momento, come a Torino, in piazza è stato da solo e con le donne *sommosse* contestatrici, via via si è trovato a scappare da uscite secondarie, data la minacciosa aria di contestazione che volava all'altezza della sua pancia e qualcosa più su.
In questi ultimi giorni alcune donne hanno anche deciso di denunciare Giuliano Ferrara per calunnia e molestie, in quanto la legge italiana non reputa l'aborto un omicidio (nemmeno prima dell'entrata in vigore della legge 194), quindi accusare le donne che hanno abortito o stanno per farlo di essere delle "assassine" è una vera e propria calunnia che non ha fondamento giuridico: questo sostiene ad esempio Sami Behare, dal suo studio legale di Milano.
Leggo pure che sulle porte dei presidi ospedalieri dove si praticano aborti, il signor Ferrara chiede, provocatoriamente come suo solito, che sia scritto «abort macht frei» che richiama ovviamente la tragica scritta «arbeit macht frei», laddove abort in tedesco , tradotto, vuol dire latrina.
Ma veniamo a Roma, luogo dove il direttore del Foglio, per il momento aspirante ministro della sanità, ha concluso l'affaticante Spettacolo in un cinema di un quartiere storicamente "perbene", l'Holiday , che starebbe a dire vacanza, ma tale non è stata questa ultima passeggiata.
L' abbiamo aspettato con dei grandi volantoni di espulsione, che sulla falsariga, assai verosimile nei caratteri e nel testo, decretano che il cittadino in questione è immediatamente espulso , con esilio nello stato Vaticano e non ci sono ricorsi che possono essere presentati, alle ministre streghe streghette e fate madrine. Così conclude.
Ancora una volta, è strisciato per vie secondarie: credo di aver visto entrare, almeno dalla porta principale, non più di 20 spettatori, età media 70 anni, una in su con gli anni e tailleur, ha continuato a fare le corna, parandosi con gli scudi dei poliziotti prima di entrare, poi ho visto arrivare due disabili gravi, accompagnati e una manciata di giovani virgulti della Roma capitolina. La signora Olimpia Tarzia, seconda alla Camera nel Lazio e Capolista in Puglia per la lista “Aborto? No, grazie”, è stata alcuni istanti sulla porta, ma l'ho riconosciuta solo io, preoccupata per gli onori di casa, lei che Vicepresidente del Movimento per la vita romano, ha promosso e diretto corsi di formazione nazionali e locali sull’educazione all’accoglienza alla vita e all’amore in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana. La presenza della polizia, in assetto antisommossa, ha protetto con una proporzione di dieci addetti l'ingresso di un'ospite. Neanche una dozzina , le uova che sicuramente erano marce. Canzoni, urla, discorsi, imprecazioni, slogan nuovi e vecchi, si sono alternati per due ore di chiasso e denunce senza sosta. La Milizia Christi ci ha lanciato per mano di un'esaltato signore di mezza età, una chilata di pieghevoli gialli, dove il rosso del sangue dei feti, richiamava i colori della Roma, ma la provocazione non ha dato i risultati sperati.
C'erano donne e uomini residenti a Roma, molte erano migranti, tantissime sono state le presenze direi quasi totalmente organizzate dal comitato femminile di Action, organizzazione da sempre impegnata nella lotta per il diritto all'abitazione che ha anche recentemente portato avanti con successo la prima occupazione delle donne per le donne.
Me la raccontava in tram la mia compagna di viaggio al ritorno, si chiama Fatma, quattro figli e dieci nipoti, fatti studiare da lei e dal marito. Fatma è di Casablanca, mia coetanea, da ventiquattro anni a Roma, città che lei mi dice di non riconoscere più, porta il velo e ha una pelle radiosa, questo le ho detto e lei mi ha sorriso e invitata a tornare, ci siamo salutate con un abbraccio. Fatma non vota, come me.
Doriana Goracci
Difendi la tua libertà
[In questi giorni sui muri di Roma sono apparsi manifesti e adesivi astensionisti. Di seguito il testo e gli adesivi]
DIFENDI LA TUA LIBERTA’ AUTOGESTISCITI
Da anni in tutta Europa si sono creati spazi fisici autogestiti dove l’ingerenza dello stato è contrastata il più possibile, nonostante la sua costante presenza repressiva, nella prospettiva di liberarsi da ogni forma di autoritarismo. Questi posti sono nelle vicinanze della tua vita quotidiana, ma distanti da un vissuto riempito di lavoro, solitudine e controllo. Un vissuto che porta ad una esasperazione alienante, dove l’individuo diventa un numero delle statistiche ufficiali che non riesce neppure ad esprimere il proprio disgusto per la vita attuale. Autogestione non è solo una parola, anche se letta e riletta su centinaia di manifesti, bensì una scelta di vita radicale per tutti coloro che la praticano, coscienti della necessità di farlo, spinti dalla propria sensibilità a rifiutare ogni forma di governo e controllo. Di fronte alla massificazione e alla commercializzazione dell’esistenza, molti spazi occupati e autogestiti hanno voluto sottrarsi, alle logiche del divertimentificio e del profitto. Senza prostrarsi ai politicanti di turno, cercando nelle proprie realtà di costruire momenti di liberazione individuale e collettiva, tendenti ad amplificare la ribellione allo sfruttamento sviluppando pratiche autogestionarie basate sulla responsabilità individuale e sulla non delega. Rinnoviamo ancora una volta sostegno e solidarietà nei confronti di queste libere realtà, che non scendendo mai a compromessi col potere si ritrovano sotto il rischio di sgombero. Occupare spazi ed autogestire la propria vita sono nodi essenziali di un percorso che ci vede impegnati ogni giorno nella lotta all’autoritarismo e nello sviluppo di relazioni sociali orizzontali che non implichino deleghe né gerarchie. La non partecipazione alle elezioni è uno dei cardini di questo pensiero, intesa come rifiuto di contribuire al consolidamento di un sistema che ci assoggetta agli interessi della mafia politica. Il 12 – 13 aprile, in contemporanea con le elezioni italiane è stata indetta una due giorni a livello europeo in difesa degli spazi occupati e contro le speculazioni edilizie che stanno stravolgendo il tessuto sociale delle città.
Noi in quei giorni non voteremo, ma non staremo neanche a guardare……
NON VOTARE!!!! NON DELEGARE!!!!
Ateneo occupato – 3njoy pirateria – L38 squat – Torre maura occupata – Individualità varie



DIFENDI LA TUA LIBERTA’ AUTOGESTISCITI
Da anni in tutta Europa si sono creati spazi fisici autogestiti dove l’ingerenza dello stato è contrastata il più possibile, nonostante la sua costante presenza repressiva, nella prospettiva di liberarsi da ogni forma di autoritarismo. Questi posti sono nelle vicinanze della tua vita quotidiana, ma distanti da un vissuto riempito di lavoro, solitudine e controllo. Un vissuto che porta ad una esasperazione alienante, dove l’individuo diventa un numero delle statistiche ufficiali che non riesce neppure ad esprimere il proprio disgusto per la vita attuale. Autogestione non è solo una parola, anche se letta e riletta su centinaia di manifesti, bensì una scelta di vita radicale per tutti coloro che la praticano, coscienti della necessità di farlo, spinti dalla propria sensibilità a rifiutare ogni forma di governo e controllo. Di fronte alla massificazione e alla commercializzazione dell’esistenza, molti spazi occupati e autogestiti hanno voluto sottrarsi, alle logiche del divertimentificio e del profitto. Senza prostrarsi ai politicanti di turno, cercando nelle proprie realtà di costruire momenti di liberazione individuale e collettiva, tendenti ad amplificare la ribellione allo sfruttamento sviluppando pratiche autogestionarie basate sulla responsabilità individuale e sulla non delega. Rinnoviamo ancora una volta sostegno e solidarietà nei confronti di queste libere realtà, che non scendendo mai a compromessi col potere si ritrovano sotto il rischio di sgombero. Occupare spazi ed autogestire la propria vita sono nodi essenziali di un percorso che ci vede impegnati ogni giorno nella lotta all’autoritarismo e nello sviluppo di relazioni sociali orizzontali che non implichino deleghe né gerarchie. La non partecipazione alle elezioni è uno dei cardini di questo pensiero, intesa come rifiuto di contribuire al consolidamento di un sistema che ci assoggetta agli interessi della mafia politica. Il 12 – 13 aprile, in contemporanea con le elezioni italiane è stata indetta una due giorni a livello europeo in difesa degli spazi occupati e contro le speculazioni edilizie che stanno stravolgendo il tessuto sociale delle città.
Noi in quei giorni non voteremo, ma non staremo neanche a guardare……
NON VOTARE!!!! NON DELEGARE!!!!
Ateneo occupato – 3njoy pirateria – L38 squat – Torre maura occupata – Individualità varie



Appuntamenti astensionisti 2008
13 aprile, Firenze - Dal primo pomeriggio in piazza S. Spirito: autogestiamo la piazza, mille autoproduzioni e distro.
Dalle 22 alla riottosa serata antielettorale (live: Hussychaser, Budspencerdrunkexplosion, Iris & guests + djset). Bar benefit denunce.
11 aprile, Viterbo - Ore 17.00: Mobilitazione astensionista con con volantinaggio per le vie del centro storico. A seguire cena sociale.
Circolo libertario antiautoritario l'Urto - Via di Pianoscarano 3 (Vt)
Scarica il flyer degli incontri e di presentazione.
Marzo, Bologna - Per confrontarci su come mettere in pratica e diffondere l’idea dello sciopero generale elettorale, vi invitiamo a quattro lunedì di discussioni e proiezioni.
3 marzo - Todo Modo, di Elio Petri (1976)
10 marzo - Il portaborse, di Daniele Luchetti (1991)
17 marzo - Diario del saccheggio, di Fernando Solanas (2004)
31 marzo - Gli onorevoli, di Sergio Corbucci (1963)
Dalle 19,00: Aperitivo benefit - Dalle 20,30: Confronto e discussione sullo Sciopero Elettorale - Dalle 22,00: Inizio proiezioni.
Spazio di documentazione Fuoriluogo - Via San Vitale, 80 - Bologna
Manifesto in pdf
Dalle 22 alla riottosa serata antielettorale (live: Hussychaser, Budspencerdrunkexplosion, Iris & guests + djset). Bar benefit denunce.
11 aprile, Viterbo - Ore 17.00: Mobilitazione astensionista con con volantinaggio per le vie del centro storico. A seguire cena sociale.
Circolo libertario antiautoritario l'Urto - Via di Pianoscarano 3 (Vt)
Scarica il flyer degli incontri e di presentazione.
Marzo, Bologna - Per confrontarci su come mettere in pratica e diffondere l’idea dello sciopero generale elettorale, vi invitiamo a quattro lunedì di discussioni e proiezioni.
3 marzo - Todo Modo, di Elio Petri (1976)
10 marzo - Il portaborse, di Daniele Luchetti (1991)
17 marzo - Diario del saccheggio, di Fernando Solanas (2004)
31 marzo - Gli onorevoli, di Sergio Corbucci (1963)
Dalle 19,00: Aperitivo benefit - Dalle 20,30: Confronto e discussione sullo Sciopero Elettorale - Dalle 22,00: Inizio proiezioni.
Spazio di documentazione Fuoriluogo - Via San Vitale, 80 - Bologna
Manifesto in pdf
La nostra vita non si delega né si contratta
E ci risiamo! Dopo soli due anni tornano a “chiederci” quale, fra i tanti gruppi di potere che ci propongono, ci dovrà governare. Si aspettano la solita farsa, il “loro” popolo ben incolonnato per fare una X su un foglio di carta e gettarlo dentro il forno crematorio della propria coscienza.
Non soddisfare le esigenze di chi mira a sopraffare il prossimo attraverso la delega è un primo passo: NON VOTIAMO!
Attraverso la via delle urne si arriva a delegare la propria vita, le proprie emozioni, i propri piaceri. Per riconquistarsi un’esistenza degna di essere vissuta non si compila una semplice scheda, bisogna affidarsi alle proprie capacità e forze…bisogna lottare. Nessuno ci può rappresentare meglio che noi stessi.
Perché delegare ad altri la nostra vita? Il consenso che oggi ci chiedono si trasformerà presto e come sempre in ordini a cui noi dovremo obbedire. Irreggimenteranno ulteriormente le nostre esistenze, stabilendo come, dove e quando mangiare, dormire, lavorare e fare all’amore, poiché tutto dev’essere schematizzato, omologato e manovrato dall’alto affinché riesca ancora a sopravvivere un sistema economico che si fonda sul dominio dell’uomo sull’uomo, sull’importanza delle merci e non dei viventi, sul quantitativo a scapito del qualitativo.
Tra gli schieramenti che si presentano alle elezioni non ci sono assolutamente divergenze in merito alle questioni principali. Sono tutti portatori di ordine e disciplina, fanno tutti appiglio al becero nazionalismo di questi tempi, credono nella centralizzazione del potere nelle mani di chi è più forte, una meritocrazia del profitto e del servilismo.
Che vinca la destra o la pseudo sinistra, la nostra vita non si riaccende, non riprende né forma né colore autonomo, semplicemente si adatta a chi la governa grazie alla coercizione psicologica ad opera dei burattini del potere, i media.
Non andare a votare significa disinteressarsi alla politica istituzionale per riprendere in mano la nostra vita in ogni luogo della quotidianità, non più nei palazzi del potere. Per farlo è necessario ricreare quegli spazi di socialità e autogestione che giorno dopo giorno ci vengono tolti al fine di atomizzarci. Pensiamo ai parchi pubblici sigillati con fil di ferro e cancellate, alle montagne sempre più devastate e invase da costruzioni e proprietà private, alla mancanza di luoghi di aggregazione diversi da bar, cooperative e circoli finto-culturali a scopo unicamente di lucro.
Andare a votare significa invece non avere più speranze, non credere più nella capacità dell’uomo e della donna di liberarsi autonomamente da queste catene che, se non sono ancora palpabili con le dita, si vedono comunque sempre più ad occhio nudo.
Andare a votare significa continuare ad affidare ad altri la nostra vita, attendendo passivamente il giorno in cui ci concederanno la libertà…
Ma la libertà non può essere concessa, la libertà non è una legge scritta né una formula matematica.
La libertà o si conquista con amore e rabbia, o non può esistere.
L’autorganizzazione, il mutuo appoggio, la cooperazione reale, pratiche purtroppo sempre più rare, devono ritrovare interesse nell’individuo, devono rinascere per poter abbattere questo circolo vizioso che mira a penetrare ogni campo della nostra vita con autorità, gerarchie, competizione e denaro.
Non abbiamo bisogno né di capi, né di leggi, né tantomeno di deleghe.
CHI SI RECA ALLE URNE E’ COMPLICE DELLO STATO
CHI SCEGLIE IL VOTO SI METTE ALLA GUIDA DEL PROPRIO CARRO FUNEBRE
E se qualcuno crede che chi non vota non abbia poi il diritto di lamentarsi …stia pure tranquillo…chi vuole rivoluzionare l’esistente non si lamenta mai…INSORGE!
ALCUNI RAPPRESENTANTI SOLO DI SE STESSI
F.I.P .in via le urne a Lecco Aprile 2008
(Da www.informa-azione.info)
Non soddisfare le esigenze di chi mira a sopraffare il prossimo attraverso la delega è un primo passo: NON VOTIAMO!
Attraverso la via delle urne si arriva a delegare la propria vita, le proprie emozioni, i propri piaceri. Per riconquistarsi un’esistenza degna di essere vissuta non si compila una semplice scheda, bisogna affidarsi alle proprie capacità e forze…bisogna lottare. Nessuno ci può rappresentare meglio che noi stessi.
Perché delegare ad altri la nostra vita? Il consenso che oggi ci chiedono si trasformerà presto e come sempre in ordini a cui noi dovremo obbedire. Irreggimenteranno ulteriormente le nostre esistenze, stabilendo come, dove e quando mangiare, dormire, lavorare e fare all’amore, poiché tutto dev’essere schematizzato, omologato e manovrato dall’alto affinché riesca ancora a sopravvivere un sistema economico che si fonda sul dominio dell’uomo sull’uomo, sull’importanza delle merci e non dei viventi, sul quantitativo a scapito del qualitativo.
Tra gli schieramenti che si presentano alle elezioni non ci sono assolutamente divergenze in merito alle questioni principali. Sono tutti portatori di ordine e disciplina, fanno tutti appiglio al becero nazionalismo di questi tempi, credono nella centralizzazione del potere nelle mani di chi è più forte, una meritocrazia del profitto e del servilismo.
Che vinca la destra o la pseudo sinistra, la nostra vita non si riaccende, non riprende né forma né colore autonomo, semplicemente si adatta a chi la governa grazie alla coercizione psicologica ad opera dei burattini del potere, i media.
Non andare a votare significa disinteressarsi alla politica istituzionale per riprendere in mano la nostra vita in ogni luogo della quotidianità, non più nei palazzi del potere. Per farlo è necessario ricreare quegli spazi di socialità e autogestione che giorno dopo giorno ci vengono tolti al fine di atomizzarci. Pensiamo ai parchi pubblici sigillati con fil di ferro e cancellate, alle montagne sempre più devastate e invase da costruzioni e proprietà private, alla mancanza di luoghi di aggregazione diversi da bar, cooperative e circoli finto-culturali a scopo unicamente di lucro.
Andare a votare significa invece non avere più speranze, non credere più nella capacità dell’uomo e della donna di liberarsi autonomamente da queste catene che, se non sono ancora palpabili con le dita, si vedono comunque sempre più ad occhio nudo.
Andare a votare significa continuare ad affidare ad altri la nostra vita, attendendo passivamente il giorno in cui ci concederanno la libertà…
Ma la libertà non può essere concessa, la libertà non è una legge scritta né una formula matematica.
La libertà o si conquista con amore e rabbia, o non può esistere.
L’autorganizzazione, il mutuo appoggio, la cooperazione reale, pratiche purtroppo sempre più rare, devono ritrovare interesse nell’individuo, devono rinascere per poter abbattere questo circolo vizioso che mira a penetrare ogni campo della nostra vita con autorità, gerarchie, competizione e denaro.
Non abbiamo bisogno né di capi, né di leggi, né tantomeno di deleghe.
CHI SI RECA ALLE URNE E’ COMPLICE DELLO STATO
CHI SCEGLIE IL VOTO SI METTE ALLA GUIDA DEL PROPRIO CARRO FUNEBRE
E se qualcuno crede che chi non vota non abbia poi il diritto di lamentarsi …stia pure tranquillo…chi vuole rivoluzionare l’esistente non si lamenta mai…INSORGE!
ALCUNI RAPPRESENTANTI SOLO DI SE STESSI
F.I.P .in via le urne a Lecco Aprile 2008
(Da www.informa-azione.info)
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